Autismo e didattica

Autismo e didattica.

Come impostare la didattica con i bambini autistici: ce lo spiega la pedagogista.

Consigli anche per mamma e papà.

L’autismo del bambino è una perdita di contatto emotivo con la realtà e relativa chiusura in se stesso. Può essere genetico o evolutivo. In questa sede noi prenderemo in considerazione l’autismo evolutivo che, attraverso una buona didattica, può portare a dei risultati più che soddisfacenti.

Compito del pedagogista è saper affrontare tutte le difficoltà educative-scolastiche dell’essere umano con una didattica appropriata. Per questo anche i bambini con difficoltà cognitive possono, attraverso la pedagogia relazionale e la buona didattica personalizzata, raggiungere obiettivi scolastici che li rendano autonomi per il loro futuro. Il progetto formativo-didattico è alla base della loro riuscita scolastica.

Qualche consiglio per pedagogisti, genitori e insegnanti.

Un giorno venne al mio studio una mamma con una certificazione di autismo del proprio bambino. Voleva fare un piano di studi e formazione per il figlio perché il logopedista e i medici dicevano che non c’era nulla che potessero fare per il recupero delle carenze scolastiche.

Aveva visto un mio articolo sul web e aveva sentito una speranza.

Quando venne da me, il bambino faceva la prima primaria da 4 mesi. Era gennaio e la mamma mi chiese di aiutarlo affinché riuscisse ad imparare a leggere, scrivere e contare come gli altri bambini. Mi raccontò che da quando aveva iniziato l’ultimo anno di materna e aveva cambiato la maestra, era caduto in un mutismo assoluto (poi certificato) e con l’inizio della scuola primaria il problema divenne più evidente perché si rifiutava anche di eseguire i compiti e il programma svolto dalla maestra.

La storia personale del bambino raccontava di una vita vissuta in un ambiente difficile, mamma e papà non si parlavano più, il papà era tornato a vivere dalla famiglia d’origine e in un’altra regione dell’Italia rispetto a quella del bambino, pertanto vedeva il papà una o al massimo due volte al mese per pochissimi giorni. La mamma aveva difficoltà economiche e lavoro precario, ma sentiva anche molta rabbia nei confronti del figlio perché, a suo dire, non era come tutti gli altri e perché diceva che il bambino “era come suo padre”. Per questo motivo il bambino stava tutto il giorno con la nonna materna e tornava poi a dormire ogni sera con la mamma, vedendola pertanto molto poco.

Il quadro personale ci aiuta a comprendere il vissuto relazionale del bambino con l’adulto significativo che, essendo alla base dello sviluppo cognitivo, ci fa comprendere il perché di molte difficoltà nello sviluppo. La comprensione di ciò, non ci serve per la “cura”, né per fare diagnosi, ma per saper adeguare il nostro comportamento al bambino. 

Relazioni difficili causano un rallentamento della capacità cognitiva. Saperlo ci dovrebbe motivare (noi pedagogisti-insegnanti) a tener presente che ogni atteggiamento del bambino non consono alla “norma”, è frutto di un disagio relazionale e come tale non va punito.  

Aiutarlo non sarebbe stato semplice. Il suo autismo evolutivo, pertanto ambientale, si poteva modificare positivamente e più velocemente con un cambiamento anche da parte della famiglia e del loro rapporto con il bambino. Ma questo cambiamento purtroppo la famiglia non lo ha voluto considerare. Ha preferito scaricare l’incombenza “educativa” alla nonna che portava il piccolo allo studio, e lasciando a me il compito di aiutarlo a superare la sua cattiva relazione con il mondo adulto, oltre che ovviamente l’obiettivo di imparare a leggere, scrivere e contare. 

Il piccolo quando venne al mio studio si rifiutava di fare qualunque cosa e non diceva neanche una parola.

Come sono riuscita a fargli imparare a leggere, scrivere e contare?

Innanzitutto comincio col dire che c’è voluto un anno e mezzo di lavoro costante e puntuale per raggiungere i primi significativi risultati. Due anni in tutto per avere grosse soddisfazioni.

Dato che il problema dell’autismo è, come abbiamo detto su base relazionale, la prima questione da affrontare è creare una relazione educativa di fiducia con il bambino. Per fare questo è necessario non frustrarlo e attendere scrupolosamente i suoi tempi, valorizzando costantemente i piccolissimi progressi che il bambino fa. Ogni atteggiamento di forzatura e/o richiesta inopportuna da parte del pedagogista, è di ostacolo all’instaurarsi della relazione e pertanto alla possibilità di progresso.

Detto questo, specifico che: se il bambino non risponde alle nostre domande, non si deve insistere; se c’è opposizione ad un lavoro didattico, non si deve insistere; se ci sono atteggiamenti quali scatti di ira, grida, sputi o altro, non si reagisce sgridando, né fermandolo (a meno ché non faccia atti pericolosi per sé o per gli altri), ma si mantiene saldamente la calma e si deve essere consapevoli che il bambino non ha quell’atteggiamento per provocazione nei nostri confronti, ma è il suo unico modo per esprimere un disagio personale nella relazione con gli altri, che può e deve essere modificato. Non potendo esprimere il suo disagio a parole, sta al pedagogista comprendere la dinamica di relazione e modellare il proprio atteggiamento in maniera costruttiva. Specifico ancora: bisogna mantenere la calma, ma non l’indifferenza. Pertanto per non essere indifferenti: non si lascia solo il bambino, non gli si girano le spalle, non lo si guarda con occhi di rimprovero, non lo si punisce in nessun modo, non gli si fanno ricatti psicologici del tipo se fai questo ti do quest’altro, o addirittura scambi con il cibo “se fai questo ti do la caramella o il cioccolatino”, ma lo si porta a fare qualcosa che lo possa attrarre, qualcosa che possa attirare la sua attenzione. Non solo, nei quarantacinque o cinquanta minuti che si sta con lui, non dobbiamo distrarci mai con il telefono; mai rivolgendo la parola ad altri; mai facendo qualcosa che non sia in relazione con lui. Il cardine di tutto è pertanto mantenere costantemente la relazione con il bambino.

Nel mio caso specifico, dato che mi occupo esclusivamente di formazione e didattica e avevo un programma educativo-scolastico da perseguire, per distrarlo, quando aveva atteggiamenti aggressivi, aprivo i libri (quelli che piacevano di più a lui) e cominciavo a sfogliarli e a guardarli stupendomi delle immagini che vedevo, ridendo dei personaggi che erano disegnati e raccontandoli, anche se lui non li guardava con me. Poi quando si avvicinava perché incuriosito dalle mie risa o dai miei stupori, gli cominciavo a parlare delle immagini, dei colori, mi inventavo le storie per portare la sua attenzione sul libro. Tenete presente però che i bambini con difficoltà d’attenzione fanno fatica a seguire la lettura. Pertanto è molto più efficace per questi bambini seguire le storie inventate raccontando le immagini; questo perché la parola raccontata, anziché letta, è più semplice da seguire. Lasciamo la lettura a un momento successivo.

Capitava spesso però nei primi incontri, quando provavo a fargli vedere le immagini dei libri, che mi dicesse, con i gesti, che dovevo stare zitta: naturalmente facevo come lui mi chiedeva. Poi dopo un po’ cercavo di attirare nuovamente la sua attenzione sui libri o sul disegno, ma se lui mi chiedeva nuovamente di stare zitta, facevo silenzio. Poteva capitare di passare tutti i 45 minuti nel silenzio più totale, ma costantemente dovevo rimanere e restavo in relazione con lui. Il silenzio non deve spaventarvi. Se avete paura del silenzio o se vi angoscia, non potete fare questo mestiere.

Questo ha fatto sì che lui entrasse in rapporto con me; io per lui non ero più una minaccia; quando era con me si poteva sentire tranquillo e a suo agio. In questo modo conquistai la sua fiducia e lentamente cambiò il suo atteggiamento aggressivo cercandomi sempre di più e spesso facendo capire alla mamma di voler rimanere ancora, oltre l’orario definito, nel mio studio.

Con il tempo cominciò lui lentamente a chiedermi prima a gesti e poi con poche parole di raccontargli quelle immagini dei libri che vedeva. Non era più solo un mio modo per distrarlo, ma cominciava ad essere un suo desiderio sapere cosa ci fosse in quelle pagine. 

A scuola non faceva nulla, spesso disturbava o aveva atteggiamenti non consoni per attrarre l’attenzione dell’insegnante. 

Un lavoro che gli piaceva fare e che faceva continuamente da me e a scuola, era disegnare persone-robot tutte uguali, ma di colori diversi. Ci vollero dei mesi per vederlo fare altri disegni e sentirgli dire le prime parole, che diceva però inizialmente solo in riferimento ai libri che guardava e alle persone-robot che disegnava. 

È fondamentale non frustrare questa sua attività ripetitiva, perché il nostro scopo è raggiungere una relazione di fiducia con lui. Solo questa relazione ti permette poi di chiedere al bambino qualcosa di diverso e di più complesso da fare. Inoltre la relazione di fiducia ci permette di fargli notare i progressi che lentamente raggiunge. Questo lo stimola a sentirsi di saper fare e quel sentire lo porta a fare e pertanto a migliorarsi sempre di più.

Lentamente, tenendo presente questa dinamica di relazione, cominciai a chiedergli di leggere le sillabe e poi le parole. Inizialmente alternavo la mia lettura alla sua, sempre con l’intento di non farlo sentire solo, né di fargli percepire l’idea di chiedergli una prestazione, ma di mantenere il più possibile la relazione e l’attenzione. Più c’è partecipazione da parte dell’adulto all’attività, più il bambino impara a entrare in relazione, che è il nostro scopo principale, per poi raggiungere gli obiettivi prefissati sull’attività didattica scolastica.

La cosa più sorprendente è che dopo un anno e mezzo parlava così tanto da stordirti e all’inizio della terza primaria leggeva sorprendentemente come un bambino di quinta.

Vorrei comunque far presente che ogni bambino ha le sue peculiarità e i risultati si ottengono facendo un lavoro personalizzato e caratterizzante quelle peculiarità. I tempi di recupero sono soggettivi e possono variare da 5/7 mesi a 3/4 anni per avere buoni risultati. Il recupero totale dell’attività didattica è molto soggettivo e molto influisce quanto la famiglia sia disposta a modificare la propria relazione genitoriale nei confronti dello studente. Ciò non toglie però che molti bambini abbiano comunque raggiunto ottimi livelli di scolarizzazione e istruzione al pari dei cosiddetti normodotati pur avendo una famiglia poco attenta alle sue esigenze.

Autismo e didattica vincente: una realtà possibile!

Dr.ssa Tiziana Cristofari

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